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Mercalli

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STORIA DEL CLIMA IN ITALIA

24.000 ANNI FA: IL MASSIMO GLACIALE (GLACIAZIONE WÜRMIANA)

Premessa: Il Quaternario è l'attuale e più recente periodo geologico della storia della Terra, iniziato circa 2,58 milioni di anni fa. Esso è noto per l'alternanza ciclica di fasi glaciali e interglaciali. L' Ultimo Massimo Glaciale (UMG) rappresenta il culmine della fase fredda dell'epoca del Pleistocene (la prima del Quaternario) e della Glaciazione Würm. Durante questo periodo, i ghiacciai alpini e appenninici raggiunsero una grande estensione, modellando profondamente la geografia fisica dell'Italia. L'UMG, caratterizzato da condizioni estreme, pose le basi per l'inizio della successiva deglaciazione che, circa 11.700 anni fa, avrebbe condotto all'attuale epoca geologica: l' Olocene (la seconda e attuale epoca del Quaternario).

Rappresentazione dell’Italia durante l’Ultimo Massimo Glaciale.

Livello del mare:

Circa 125 metri inferiore al livello attuale, a causa dell’acqua congelata nelle calotte glaciali [1].

Geografia [1]:

• Corsica unita alla Sardegna;

• Sicilia collegata alla penisola da un ponte di roccia;

• Isola d’Elba unita alla costa toscana;

• Adriatico ridotto a una pianura, con il Po che sfociava all’altezza di Marche e Abruzzo;

• Collegamento tra la costa adriatica e quella dalmata (150 km da Ancona a Zara).

Alpi:

Coperte di neve fino a 1.850 metri, con ghiacciai che si estendevano verso la Pianura Padana [2].

Pianura Padana:

Steppa - tundra battuta dal vento, con scarsa vegetazione erbacea e boschi di pini e larici solo nelle zone più miti prealpine e preappenniniche [3].

Ghiacciai principali:

• Valle di Susa: ghiacciaio che si estendeva fino alla città di Torino.

• Valle d’Aosta: possente ghiacciaio Balteo[4] ;

• Ghiacciai prealpini: successivamente, formeranno i laghi di Verbano, Lario, Benaco e le colline moreniche.

Loess:

Grandi dune di limo glaciale accumulate dai venti occidentali (e.g. colline torinesi, Romanengo, Ghiardo) [5].

Temperature:

Massime estive di 18 °C in Pianura Padana e Riviera Ligure, 20 °C in Sicilia. Temperatura media globale 4 ÷ 7 °C più bassa di oggi [6], ma in Italia circa 8 °C in meno [7].

Appennini:

Ghiacciai minori su Gran Sasso, Pollino e Monte Sirino, con limite delle nevi perenni a 1.600 metri [8].


SPETTATORI DELLA GLACIAZIONE

Il Principe delle Arene Candide

Scheletro ritrovato del Principe delle Arene Candide. Fonte: museidigenova.it

Testimonianze di un Mediterraneo gelido: Uomini di Co- Magnon, Homo sapiens dell’epoca gravettiana (Paleolitico superiore).

• Vissero in piccoli nuclei (forse non più di 100.000 individui in tutta Italia;

• Si insediarono nelle zone più ospitali della penisola, come la Liguria, dove abbondavano prede e vegetazione;

• La loro presenza testimonia la resilienza e l’adattamento a condizioni estreme [1].

Giovane ragazzo, di circa 15 ÷ 16 anni, probabilmente un cacciatore di 24.000 ÷ 28.000 anni fa [1]. Morì a causa di un violento trauma al volto. Fu ritrovato il 1° maggio 1941, nella Grotta delle Arene Candide, in provincia di Savona, Liguria.

Inizialmente si pensava fosse di sesso maschile (uomo di Mentone); studi recenti hanno rivelato che fosse una donna giovane, di circa 15 ÷ 20 anni, vissuta circa 24.000 anni fa [1].

I resti scheletrici originali sono conservati al Museo di Archeologia Ligure a Genova-Pegli. Ricostruzioni e approfondimenti si trovano anche al Museo Archeologico del Finale (MUDIF) a Finale Ligure, vicino al luogo del ritrovamento.

Fu scoperta nel 1872 nella Grotta del Caviglione, una delle Grotte dei Balzi Rossi a Ventimiglia, in Liguria. I resti originali e la ricostruzione sono esposti al Museo Preistorico dei Balzi Rossi a Ventimiglia.

La Dama del Caviglione

Ricostruzione della Dama del Scheletro ritrovato della Dama del Caviglione al Museo Preistorico dei Caviglione con la cuffia di conchiglie Balzi Rossi a Ventimiglia. Fonte immagini: generazionediarcheologi.com con la quale fu rinvenuta.


12.870 – 11.700 ANNI BP: IL DRYAS RECENTE (YOUNGER DRYAS)

Successivamente all’ Ultimo Massimo Glaciale , ebbe inizio una fase di deglaciazione , un periodo di progressivo riscaldamento durante il quale i ghiacciai si ritirarono, i livelli dei mari aumentarono e il clima divenne più mite. Questo processo, tuttavia, non fu lineare: dopo un intervallo più caldo noto come Bølling-Allerød , seguì un brusco ritorno al freddo, il Dryas Recente (Younger Dryas) , durato circa 1.200 anni e caratterizzato da un severo raffreddamento nell’emisfero settentrionale.

Le cause del raffreddamento improvviso:

Impatto sull’Italia durante il Dryas:

1. Impatto di un corpo celeste: la frammentazione di una piccola cometa o asteroide nell’atmosfera provocò una serie di impatti in oltre 40 siti diversi [9];

2. Eruzione del vulcano Laacher See (Germania): una potente eruzione avvenuta circa 12.880 anni fa, durante la quale gas ricchi di zolfo avrebbero contribuito a innescare un periodo di raffreddamento climatico [10];

3. Arresto della Circolazione Termoalina (AMOC): E’ l’ipotesi più accreditata. Ingenti volumi di acqua dolce provenienti dalla fusione dei ghiacci tra Canada e Groenlandia avrebbero bloccato le correnti atlantiche (simil-evento Dansgaard-Oeschger) [11].

1. Temperatura estiva sulle Alpi scesa di 1,5 ° C rispetto al XX secolo, mentre i pattern di precipitazione spaziale nelle Alpi nord-occidentali e centrali erano probabilmente paragonabili ai tempi moderni [12];

2. Riduzione delle precipitazioni e avanzamento dei ghiacciai alpini (stadio di Egesen) [1];

3. Il limite delle foreste si abbassò da 1800 a circa 1500 metri [12,13];

4. Il livello marino, che si era alzato di oltre 60 metri, smise di crescere per l’arresto della fusione delle calotte glaciali [1].

Fonte: bari.repubblica.it

Pinguini in Salento?

Una testimonianza indiretta del clima freddo lasciataci dagli abitanti preistorici dell'Italia.

Resti fossili (ossa, zanne e crani) di un pinguino boreale (Alca impennis), autentica icona dell'era glaciale, sono stati scoperti nella Grotta Romanelli (Salento). I reperti sono attualmente conservati presso il museo civico di Maglie, in Puglia [14].

Il Dryas Recente è un caso di studio importante per comprendere i rischi futuri. Il riscaldamento globale odierno potrebbe causare un nuovo blocco della circolazione termoalina, portando a un "Dryas futuro" con inverni rigidi in Europa [15].

Fonti e riferimenti bibliografici

1. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi.

2. Federici, P. R., Ribolini, A., & Spagnolo, M. (2017). Glacial history of the Maritime Alps from the Last Glacial Maximum to the Little Ice Age. In P. D. Hughes, & J. C. Woodward (Eds.), Quaternary Glaciation in the Mediterranean Mountains (1 ed., Vol. 433, pp. 137-159). (Geological Society Special Publication; Vol. 433, No. 1). Geological Society, Specialist Publications.

3. Gianotti, F., & Giardino, M. (2018). L’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, in Mercalli e Cat Berro

4. (Gianotti, F. (Ed.). (2012). L’impronta del ghiacciaio. Anfiteatro morenico di Ivrea. Un unicum geologico. Bolognino

5. Forno, M. G. (1979). Il «Loess» della collina di Torino. Geografia fisica e dinamica quaternaria, (2))

6. Marcott, S. A., & Shakun, J. D. (2021). Global temperature changes mapped across the past 24,000 years. Nature , 599 (7884), 208 – 209

7. Annan, J. D., & Hargreaves, J. C. (2013). A new global reconstruction of temperature changes at the Last Glacial Maximum. Climate of the Past, 9(1), 367 – 376.

8. Giraudi, C. (1998). La deglaciazione tardopleistocenica sui M. Sirino e Pollino. Il Quaternario, 11(2), 247 – 254 )

9. Moore, A. M. T., Kennett, J. P., Napier, W. M., Bunch, T. E., Weaver, J. C., LeCompte, M., Adedeji, A. V., Hackley, P., Kletetschka, G., Hermes, R. E., Wittke, J. H., Razink, J. J., Gaultois, M. W., & West, A. (2020). Evidence of Cosmic Impact at Abu Hureyra, Syria at the Younger Dryas Onset (~12.8 ka): High-temperature melting at >2200 °C. Scientific reports, 10(1), 4185

10. Baldini, J. U. L., Brown, R. J., & Mawdsley, N. (2018). Evaluating the link between the sulfur-rich Laacher See volcanic eruption and the Younger Dryas climate anomaly. Climate of the Past, 14(4), 969 – 990

11. Cheng, H., Zhang, H., Spötl, C., Baker, J., Sinha, A., Li, H., Bartolomé, M., Moreno, A., Kathayat, G., Zhao, J., Dong, X., Li, Y., Ning, Y., Jia, X., Zong, B., Ait Brahim, Y., Pérez-Mejías, C., Cai, Y., Novello, V. F., Cruz, F. W., … Edwards, R. L. (2020). Timing and structure of the Younger Dryas event and its underlying climate dynamics. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 117(38), 23408 – 23417

12. Moran, A. P. et al. (2016) Evidence of central Alpine glacier advances during the Younger Dryas - early Holocene transition period, in «Boreas», vol. XLV, n. 3

13. Ravazzi, C. (2007). Il Tardoglaciale: suddivisione stratigrafica, evoluzione sedimentaria e vegetazionale nelle Alpi e in Pianura Padana, in «Studi trentini di scienze naturali – Acta geologica», vol. LXXXII, pp. 17-29

14. La Repubblica, 5 maggio 2016

15. Van Westen, R. M., Kliphuis, M., & Dijkstra, H. A. (2024). Physics-based early warning signal shows that AMOC is on tipping course. Science advances, 10(6), eadk1189

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6.500 ANNI FA, L’OPTIMUM TERMICO OLOCENICO


L'Olocene è la storia di come il riscaldamento post-glaciale abbia permesso una rigogliosa riforestazione in Italia, un processo che, a sua volta, è stato significativamente plasmato e alterato dall'intervento e dallo sviluppo delle civiltà umane.

L' Olocene è l'attuale e più recente epoca geologica del Quaternario , iniziata convenzionalmente 11.700 anni fa con la fine del Pleistocene.

Dopo l'ultima grande oscillazione fredda (il Dryas Recente), il clima terrestre è entrato in una fase di riscaldamento rapido e stabilizzato (fasi Preboreale e Boreale). Questa stabilità termica ha innescato una profonda trasformazione ambientale: lo scioglimento dei ghiacci ha causato un massiccio innalzamento del livello del mare, definendo le coste attuali e la tundra è stata sostituita da vaste foreste temperate. Il clima ha raggiunto il suo apice di calore e umidità nell' Optimum Termico Olocenico , periodo in cui i ghiacciai alpini si ritirarono al minimo storico. Questa combinazione di temperature miti e stabili ha fornito la base ecologica essenziale per la Rivoluzione Neolitica e la nascita dell'agricoltura, rendendo l'Olocene l'unica era in cui la civiltà umana complessa ha potuto svilupparsi.


TESTIMONIANZE PALEOCLIMATICHE DELL’OPTIMUM TERMICO

Il ghiacciaio del Rutor

Tra 8.800 ÷ 4.000 anni fa si formò una torbiera (zona umida con accumulo di vegetazione) a 2.510 metri di quota, ora parzialmente sotto i ghiacci del Rutor (Valle d’Aosta). La sua formazione richiese temperature di luglio superiori di 1,5 ÷ 3 ° C rispetto al ‘900 e un ghiacciaio molto più piccolo. Le avanzate glaciali successive la seppellirono, ma oggi, col nuovo ritiro dei ghiacciai, sta riemergendo [16] .

Confronto fotografico tra la situazione del 1895 (f. Origoni) e del 14.09.2012, ripresa dai pressi dei laghi Grigio e Verde (f. SMI).

Confronto fotografico tra la situazione del 1910 circa (f. M. Gabinio, cortesia Fondazione Sella, Biella) e del 14.09.2012, ripresa dai pressi del Lago di Santa Margherita (f. SMI). La lingua frontale del ghiacciaio si è ritirata uscendo dal campo visivo, e i soprastanti ghiacciai del Grand Assaly (3.174 metri) si sono pressoché estinti.

Il ghiacciaio del Tschierva

Il ghiacciaio del Tschierva (Svizzera) tra 7.450 ÷ 6.630 anni fa era più ritirato di oggi, con temperature estive superiori di circa 2 ° C rispetto alla media 1960 ÷ 1985 [17].

Vista del Vadret da Tschierva e del Piz Roseg (cima di destra) dall’Alp Ota. A destra1935, a sinistra 2022. Fonte: meteosvizzera.admin.ch

La mummia di marmotta

Una mummia di marmotta datata 6.600 anni fa, fu ritrovata a 4.300 metri sul Monte Rosa nell’estate 2022; essa è rappresentanza del clima caldo di quel periodo [18].

La mummia di Otzi

Mummia di marmotta (marmotta del Lyskamm), al Museo Regionale di Scienze Naturali Efisio Noussan nel Castello di Saint-Pierre, in Valle d'Aosta. Fonte: itinerarieluoghi.it

Recupero in quota della piccola mummia di marmotta. Fonte: museoscienze.vda.it

Ötzi è la mummia di un pastore dell’età del Rame vissuto circa 5.300 anni fa. Fu rinvenuto il 19 settembre 1991 sul ghiacciaio del Similaun, a 3.210 metri di quota, al confine tra Italia e Austria. Il ritrovamento avvenne durante la calda estate del 1991, quando a Bolzano la temperatura media risultò superiore di +1,7 °C rispetto al valore medio del periodo 1961 – 1990. La fusione glaciale permise l’emersione del corpo. Ötzi morì in un periodo di transizione climatica, che segnò la fine dell’Optimum Termico Olocenico (il periodo più caldo dell'Olocene) e l’inizio del successivo raffreddamento neoglaciale. I resti furono protetti da neve e ghiaccio in modo intermittente per circa 1.500 anni, poi definitivamente inglobati in ghiaccio freddo (senza movimento) che li ha preservati fino alla scoperta [19].

In eccezionale stato di conservazione, il copricapo di pelle d’orso dell’uomo Similaun, al Museo Archeologico dell’Alto Adige, Bolzano. Fonte:inexhibit.com

La mummia di Otzi,al Museo Archeologico dell’alto Adige, Bolzano. Fonte:inexhibit.com

Ricostruzione dell’uomo preistorico noto come Ötzi esposta al primo piano del Museo Archeologico dell’Alto Adige. Foto © Riccardo Bianchini/Inexhibit.

Fonti e riferimenti bibliografici

16. Burga, C. A. (1995). Végétation et paléoclimatologie de l’ Holocène moyen d’une ancienne tourbière située au front du Glacier du Rutor, 2.510 m (Vallée D’ Aoste, Italie), in «Revue de Géographie Alpine», vol. LXXXIII, n. 1, pp. 9-16.

17. Nicolussi, K., Jorin, U. E., Thurner, A. e Schlüchter, C. (2009). Tree-ring based evidence for a Holocene thermal maximum period in the Alps around 7 ka BP, in Eurodendro 2009. Developments, Advances, Challenges, Eigenverlag, Mallorca, p. 84

18. Eurac, 2022, Una mummia di marmotta di 6600 anni esaminata nei laboratori di Eurac Research, Bolzano, comunicato stampa del 18 ottobre.

19. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

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IV – III a.C. IL CLIMA NELLA STORIA ROMANA E MEDIEVALE

Le cronache antiche ricordano l’inverno del 399 a.C. come uno dei più rigidi della storia di Roma. Tito Livio racconta che quell’anno « fu memorabile per un inverno rigido e nevoso, tanto che le strade furono ostruite e il Tevere non era navigabile » [20].

Dionigi di Alicarnasso, nelle Antichità romane (XII, VIII, 1–3), aggiunse che « Roma fu investita da una violenta tempesta di neve, e dove la caduta fu meno abbondante, lo strato raggiungeva comunque i sette piedi », ossia circa due metri.

Un evento eccezionale, che testimonia come anche nell’antichità il clima potesse riservare fenomeni estremi e fortemente impattanti sulla vita quotidiana della città.

Più di un secolo dopo, durante la terza guerra sannitica — combattuta tra Roma e una coalizione di Galli, Umbri, Etruschi e Sanniti — Livio racconta che, nel 293 a.C., dopo la conquista della città di Aquilonia, antica località probabilmente situata nell’attuale Molise centrale, « la neve aveva già ricoperto tutto il paese, e il freddo era tale che non si poteva resistere all’aperto; per questo motivo il console decise di ritirare l’esercito dal Sannio » [21].

Terza guerra sannitica, cerimonia e sacrificio in onore delle divinità prima della battaglia di Aquilonia nel 293 a.C., illustrazione di Tancredi Scarpelli (non datata, ID Quadro: 1420690).


III SECOLO a.C. EVENTI ESTREMI ANTICHI E NAUFRAGI

Le fonti classiche [22] riportano episodi di violente tempeste di vento che causarono ingenti danni a edifici e statue, in particolare nel corso del III secolo a.C. La navigazione, in quell’epoca, era estremamente pericolosa: durante la prima guerra punica, infatti, numerosi naufragi provocati dalle tempeste decimarono la flotta romana, dando origine ad alcuni dei più disastrosi eventi marittimi dell’antichità.

Prima Guerra Punica (III secolo a.C.):

Tra il 255 ÷ 249 a.C., la flotta romana subì tre gravi affondamenti causati da tempeste e dall'inesperienza navale. Le perdite umane e materiali furono enormi, come attestato ad esempio dalle 280 navi affondate nel 255 a.C. [23] e dalle oltre 150 nel 253 a.C. [24]. Questo contribuì al disboscamento delle foreste per la costruzione navale, aumentando il dissesto idrogeologico.

IL CLIMA DURANTE LE GUERRE PUNICHE DEL III SECOLO a.C

Durante la traversata dell'Appennino (217 a.C.), l'esercito di Annibale fu colpito da una tempesta violentissima, con pioggia, vento e grandine mista a neve, che causò ulteriori difficoltà e perdite [25].

L'attraversamento dell'Arno (217 a.C.) fu complicato da una piena del fiume, insolita per giugno, che causò disagi nel fango e contribuì alla perdita di un occhio da parte di Annibale a causa dell'umidità [26].

Eventi climatici influenzarono battaglie: la nebbia favorì Annibale al Trasimeno e il vento lo aiutò a Canne, soffiando polvere sui Romani [26].

Una grandine mista a pioggia contribuì a sventare l'assedio di Roma da parte di Annibale nel 211 a.C. [27].

Navi romane nella tempesta – Immagine generata dalla A.I. Google Gemini


I SECOLO a.C. L'IMPATTO VULCANICO DOPO LA MORTE DI CESARE

L’uccisione di Giulio Cesare nel 44 a.C. segnò la fine della Repubblica romana e l’inizio di una fase di instabilità politica, culminata con l’ascesa al potere di Ottaviano Augusto e l’avvio dell’età imperiale.

Le fonti storiche, analizzate dagli autori di uno studio sul clima dell’epoca, indicano che tali eventi si verificarono in un periodo caratterizzato da condizioni meteorologiche eccezionalmente fredde, umide e piovose nelle regioni mediterranee. Questo repentino mutamento climatico avrebbe compromesso i raccolti, causando diffuse carestie e favorendo la diffusione di malattie.

I modelli climatici considerati nello studio suggeriscono che, tra il 43 ÷ 41 a.C. , le temperature in alcune aree del Mediterraneo scesero fino a 7 ° C al di sotto della media.

La causa di tali anomalie sarebbe riconducibile a una potente eruzione vulcanica. Secondo gli autori, le particelle vulcaniche responsabili di questo raffreddamento globale deriverebbero dall’eruzione del vulcano Okmok, in Alaska, avvenuta all’inizio del 43 a.C. [28]

Morte di Giulio Cesare, Vincenzo Camuccini, ca. 1806, olio su tela, 400×707 cm. Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli.

I SECOLO d.C. EVENTI ESTREMI E NAUFRAGI

Cimiteri di navi antiche:

Tra l’ 1 ÷ 15 d.C., Pisa fu colpita da un’alluvione particolarmente distruttiva, che travolse marinai e animali. Ritrovamenti archeologici a Pisa, circa 30 imbarcazioni databili dal II ÷ VII secolo d.C., e a Napoli (III ÷ IV secolo d.C.) testimoniano come porti e navi fossero spesso esposti a tempeste e alluvioni, con effetti drammatici sulla vita e sul commercio.

Alluvioni del Tevere in età antica:

Tra le numerose piene che colpirono Roma nel corso dei secoli, la più disastrosa sembra essere stata quella del 5 d.C., quando la città rimase sommersa per otto giorni [29].

Plinio il Giovane, scrivendo tra il 97 ÷ 108 d.C., racconta di “burrasche continue” e di “inondazioni spaventose” che travolsero la capitale: il Tevere e l’Aniene uscirono dagli argini, distruggendo case, sepolcri e provocando molte vittime.

Fin dalle sue origini, la storia di Roma è stata profondamente segnata dalle alluvioni del Tevere, un fiume tanto vitale quanto pericoloso. Lo storico Gregory Aldrete, nel volume Floods of the Tiber in Ancient Rome (2006), ha raccolto le testimonianze di 18 autori classici, identificando 42 riferimenti a piene del fiume verificatesi in 33 anni diversi, nel lungo arco di oltre otto secoli, dal 414 ÷ 398 d.C.

Museo delle Navi Antiche di Pisa, Arsenali Medicei

Fonti e riferimenti bibliografici

20. Livio, Ab Urbe Condita, libro V

21. Livio, Ab Urbe Condita, Libro X

22. Livio, Ab Urbe Condita, Libro XL

23. Polibio, Storie, I, 37

24. Orosio, IV, 9

25. Livio, Libro XXI

26. Livio, Libro XXII

27. Livio, Libro XXVI

28. McConnell, J. et al. (2020). Extreme climate after massive eruption of Alaska’s Okmok volcano in 43 BCE and effects on the late Roman Republic and Ptolemaic Kingdom, in «PNAS», vol. CXVII, n. 27, pp. 15443-49

29. (Cassiodoro Senatore, Flavio Magno Aurelio, Chronica, in MGH, Auctorum antiquissimorum, vol. XI

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COMINCIA IL DECLINO: FREDDI E ARIDITÀ TRA II E III SECOLO

Inizia un periodo di instabilità climatica durato circa tre secoli (150 ÷ 450 d.C.), noto come Periodo romano di transizione [30].

Tra il 160 ÷ 180 d.C. secondo i dati dendroclimatologici [31] e di sedimenti marini [32], si hanno alcune estati fredde anticipatrici del grande flagello della peste antonina, che fu probabilmente una pandemia di vaiolo e causò alcuni milioni di morti [33].

L’Optimum climatico romano scomparve silenziosamente sostituito dalla cosiddetta Transizione tardo romana , un periodo di incertezza, disorganizzazione e acuta variabilità climatica durato circa tre secoli. I cambiamenti furono di portata globale. Il principale meccanismo esterno di forzatura fu la variabilità solare.

Sulle Alpi, dopo secoli di disgelo, il ghiacciaio del Grande Aletsch cominciò nuovamente ad avanzare [34].

Busto maschile fittile di circa metà V sec. a.C: pustole su volto e spalle (Museo Archeologico Nazionale, Napoli)

Ghiacciaio dell'Aletsch Fonte: Wikipedia – Photograph by Mike Peel (www.mikepeel.net).


CLIMA E INVERNI ESTREMI NELL’ETÀ CAROLINGIA (VI – IX SEC.)

• 604 ÷ 605: inverno rigidissimo, gelano le viti [35].

• 609 : mare ghiacciato [35].

• 710 (o 716 ): Tevere straripa Roma allagata per 7 giorni [35].

• 763 ÷ 764 : inverno molto freddo dall’Europa orientale alla Francia [35].

• 772 (18 settembre): tempesta eccezionale a Brescia. 500 morti [36].

• 853 ÷ 864: “Grande inverno europeo”, laguna veneta ghiacciata, merci su carri [37].

Cause:

Anomalia Calda:

Conseguenze socio-economiche:

Moderata attività vulcanica [38], confermata da carote di ghiaccio in Groenlandia.

Estate 897: una delle più calde della storia (Alpi svizzere, +2 ° C rispetto alla media tra il 1961 ÷ 1990, [39].

Alternanza tra estati torride e inverni rigidi carestie , mortalità elevata , crisi agricole.


ANNO MILLE: UNA BREVE PARENTESI MITE

Il "Medieval Quiet Period" (725 ÷ 1025)

Il Periodo di quiete medievale è stato un intervallo di tempo in cui l'Europa attraversò una fase climatica stabile e mite, caratterizzata da assenza di eruzioni vulcaniche esplosive, elevata attività solare costante e temperature superiori rispetto al precedente periodo e alla successiva Piccola Era Glaciale. L’assenza di grandi perturbazioni naturali ha permesso alle temperature globali di raggiungere uno stato di quasi-equilibrio [40].

Confronto con il Clima Attuale

Le ricostruzioni paleoclimatiche moderne dimostrano che, i periodi estivi più caldi si verificarono nel I, X e XX secolo, ma il trentennio 1986 ÷ 2015 li ha superati tutti . Alcune estati intorno al 1050 ÷ 1150 furono eccezionalmente calde [41], ma ampiamente superate dalle estati 2003 e 2023 [42].

La mummia dell'uomo del Similaun rinvenuta sulle Alpi italiane il 19 settembre 1991. Autore: Vienna Report Agency/Sygma/Corbis. http://ilfattostorico.com/2011/06/26/lultima-cena-di-oetzi/


1100 ÷ 1200 ANOMALIE PLUVIOMETRICHE MEDIEVALI

Le analisi condotte nell’ambito del progetto Archlim mostrano che, nel Medioevo, gli eventi di precipitazione anomala furono distribuiti in modo irregolare, ma con una netta prevalenza di episodi di eccesso di pioggia (75%) rispetto alle siccità 2012 [43] .

Fino all’XI secolo, le testimonianze riguardano quasi solo alluvioni, come quella del 1010 che colpì Arnad (Val d’Aosta) [44] . Le prime siccità documentate risalgono al 1067 (Toaldo, fonte non confermata ) e al 1088 [45].

Dal XII secolo, si alternano episodi di alluvioni e siccità, ma le prime continuano a prevalere.

1111 : grave alluvione a Milano.

1230 : piogge disastrose nel bacino del Ticino e del Po.

1152 : rotta del Po a Ficarolo, che creò un nuovo alveo.

1177 : eccezionale piena del Ticino e del Lago Maggiore.

1234 : inverno eccezionalmente rigido in tutta Italia, con fiumi ghiacciati, vino gelato e morie diffuse di animali e piante, anche in Puglia.

1181 e 1188 : serie di siccità, inclusa una lunga nel 1186.

Pietro Liberi (1661) - The Great Flood – olio su tela- Basilica di Santa Maria Maggiore -Bergamo

Fonti e riferimenti bibliografici

30. McCormick, M., Büntgen, U., Cane, M. A. et al. (2012). Climate change during and after the Roman Empire. Reconstructing the past from scientific and historical evidence, in «The Journal of Interdisciplinary History, vol. XLIII, n. 2, pp. 169-220

31. Büntgen et al. (2020). Prominent role of volcanism in Common Era climate variability and human history, in «Dendrochronologia», vol. LXIV. Büngten, U. e Tegel, W.)

32. Zonneveld, K. A. F., Harper, K., Klügel, A., Chen, L., De Lange, G. e Versteegh, G. J. M. (2024). Climate change, society, and pandemic disease in Roman Italy between 200 BCE and 600 CE, in «Science Advances», n. 10

33. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

34. Harper, K. (2019). Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero, trad. it. di L. Giacone, Einaudi, Torino

35. Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, introduzione di B. Luiselli, trad. it. e note di A. Zanella, Rizzoli, Milano 1991

36. Bonardi L. (2004). Dalla storia naturale alla storia umana. Il ruolo del clima e delle sue variazioni nella storia delle Alpi, in Id. (a cura di), Che tempo faceva?, FrancoAngeli, Milano

37. Camuffo et al. (2017). When the Lagoon was frozen over in Venice from A. D. 604 to 2012. Evidence from written documentary sources, visual arts and instrumental readings, in «Méditerranée. Revue géographique des pays méditerranéens».

38. McCormick, M. et al. (2007). Volcanoes and the Climate Forcing of Carolingian Europe, A. D. 750 950, in «Speculum», vol. LXXXII, n. 4, pp. 865-95

39. Kuhl, E. et al. (2024). Revising Alpine summer temperatures since 881 CE, in «Climate Dynamics», vol. LXII, pp. 6141-57

40. Bradley, R., Wanner, H. e Diaz, H. F. (2016). The Medieval quiet period, in «The Holocene», vol. XXVI, n. 6. Braudel, F

41. Büntgen, U. et al., 2016, Cooling and societal change during the Late Antique Little Ice Age from 536 to around 660 AD, in «Nature Geoscience», vol. IX

42. Esper, J., Torbenson, M. e Büntgen, U., 2024, 2023 summer warmth unparalleled over the past 2.000 years, in «Nature», vol. LCXXI, pp. 94-97, Eurac

43. Mercalli, L. (2012). Progetto «Archlim»: ricostruzione del clima medievale da fonti documentarie in area alpino-padana, in «Nimbus», n. 65-66 )

44. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

45. Ratti, M. (2023). Il clima di Piacenza. Due secoli di cronache e dati dell’Osservatorio Alberoni, Società Meteorologica Subalpina, Moncalieri (To)

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LA PICCOLA ETÀ GLACIALE INIZIA COL BOTTO IN INDONESIA

La caldera del Samalas con il lago Anak. (© Matthew Williams-Ellis/Robert Harding World Imagery/Corbis)

Mappa dei livelli di ricaduta dei materiali piroclastici pliniani e freatopliniani per le eruzioni dello Smalas e del Tambora. (Cortesia Franck Lavigne et al. / PNAS)

1257 Eruzione vulcano Samalas (Isola di Lombok, Indonesia

Secondo Kuhl [46], l’eruzione causò un inverno vulcanico con un calo di circa 2 °C nelle temperature estive del 1258.

Inizio della Piccola Età Glaciale

• Periodo di circa 4.000 anni dopo l’ Optimum Termico Olocenico , durante il quale i ghiacciai ricominciarono a espandersi a causa della diminuzione dell’insolazione legata ai cambiamenti orbitali della Terra.

• In seguito il termine è stato usato per indicare un periodo più breve e recente di raffreddamento dell’emisfero nord, che ha raggiunto il suo apice tra il 1500 e il 1850 [47] .

L’eruzione del Samalas nel 1257 segna l’inizio di una lunga fase di raffreddamento e instabilità climatica, che porterà effetti profondi e duraturi sull’Europa. Non solo gelo e inverni rigidi, ma anche eventi estremi legati alle piogge e ai fiumi in piena: tra questi, spicca la disastrosa alluvione dell’Arno del 1333, che travolse Firenze e il suo territorio.


LA GRANDE PIENA DELL’ARNO DEL NOVEMBRE 1333

4 Novembre 1333

Dopo quattro giorni di piogge incessanti in tutta la Toscana, l’ Arno esondò con violenza eccezionale, inondando Firenze e gran parte del suo contado [48].

D i n a m i c h e e I m p a t t i

La piena del 1333 fu provocata da piogge eccezionali su tutto il bacino dell’Arno, accompagnate dalla piena dei fiumi secondari, come la Sieve. A peggiorare la situazione contribuirono le pescaie e i molini, che ostacolavano il deflusso dell’acqua, e l’innalzamento artificiale del letto dell’Arno di oltre sette braccia (circa 4 metri) [48].

Le conseguenze furono gravissime: crollarono il Ponte Vecchio , il Ponte alla Carraia e il Ponte Santa Trinità . Interi quartieri furono allagati e numerose strutture civili e produttive, tra cui mulini, botteghe e magazzini, vennero distrutte o sommerse [48].

Targa dell’alluvione del 1333, via San Remigio. Fonte: Wiki

I ponti di Firenze oggi con in primo piano il ponte Vecchio. Fonte: https://tuttatoscana.net/

Oltre 300 vittime accertate , ma le stime iniziali parlavano di migliaia; danni economici incalcolabili , con sei mesi necessari per rimuovere il fango e ripristinare la viabilità urbana[49].

Tra il 1345 e la fine del secolo, l’Italia fu colpita da una lunga serie di eventi climatici estremi: estati fredde e piovose , raccolti falliti , gelate primaverili , vendemmie ritardate e nevicate eccezionali anche in pianura. Queste condizioni, documentate da cronache locali, causarono carestie, fame e epidemie, aggravando la già profonda crisi sociale ed economica del Trecento [47].

Secondo le stime più recenti [50], le temperature estive tra il 1260 e il 1380 furono in media 0,7 °C più basse rispetto al XX secolo , rendendo l’Italia una delle aree europee più esposte agli effetti del raffreddamento della Piccola Età Glaciale .

Stampa antica dell'Arno e di Firenze Fonte: https://ilmanifesto.it/


LA GRANDE ALLUVIONE DI PALERMO DEL SETTEMBRE 1557: DUEMILA MORTI

27 Settembre 1557

Dopo quattro giorni di pioggia continua, un violento temporale colpisce Palermo .

I terreni, già saturi, non riescono più ad assorbire l'acqua. Il Fiumetto , alimentato dalle acque provenienti da Monreale e dai colli circostanti, rompe gli argini [51].

La tragedia si inserisce in un anno disastroso per l’Italia (Firenze il 13/09, Roma il 15/09). Palermo pagò il prezzo più alto. L’evento rimane una delle peggiori catastrofi meteoidrologiche italiane [52] .

Impatto:

• 1000 – 2000 morti;

• Distruzione di oltre 2000 abitazioni, molte sorte in aree a rischio;

• Onda di piena alta 4 metri aprì una breccia larga 44 m nelle mura.

[51]

Cause e responsabilità:

• Opere idrauliche inadeguate (muro-diga 1554)

• Speculazione edilizia in zone esondabili

• Mancanza di prevenzione nonostante precedenti allerte

[52]

L’alluvione di Palermo del 1557 non fu un caso isolato. Circa un secolo dopo, anche Roma fu teatro di una piena eccezionale; come nel capoluogo siciliano, le acque travolsero una città vulnerabile, mostrando ancora una volta i limiti delle infrastrutture urbane e la scarsa preparazione di fronte a eventi estremi.

Luoghi di Palermo colpiti dall’onda di piena dell’alluvione nel 1557. Fonte: Il Gazzettino di Sicilia

Fonti e riferimenti bibliografici

46. Kuhl, E. et al. (2024) Revising Alpine summer temperatures since 881 CE, in «Climate Dynamics», vol. LXII, pp. 6141-57

47. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

48. Villani, G. (1979)Cronica. Con le continuazioni di Matteo e Filippo, scelta, introduzione e note di G. Aquilecchia, Einaudi

49. Frati, M. “Questo diluvio fece alla città e contado di Firenze infinito danno”. Danni, cause e rimedi nell’alluvione del 1333, in Acque amiche, acque nemiche: una storia di disastri e di quotidiana convivenza, a cura di M. Galtarossa e L. Genovese, «Città & Storia», a. X, 2015, 1, pp. 41-60

49. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

50. Nicolussi, K. et al. (2022). The glacier advance at the onset of the Little Ice Age in the Alps. New evidence from Mont Miné and Morteratsch glaciers, in «The Holocene», vol. XXXII.

51. Fazello, T. (1558). De rebus Siculis decades duae, nunc primum in lucem editae. His accessit totius operis index locupletissimus, Panormi, apud Ioannem Matthaeum Maidam et Franciscum Carraram

52. Vesco, M. (2014). L'alluvione di Palermo del 1557 tra rischio idrogeologico, speculazione edilizia e piani di ricostruzione. In M. Galtarossa, L. Genovese (a cura di), La città liquida, la città assetata: storia di un rapporto di lunga durata (pp. 161-188). Roma: Palombi Editori

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L’INONDAZIONE DI ROMA DEL 1660

Un evento eccezionale tra le oltre 120 piene storiche del Tevere

5 Novembre 1660

Il Tevere esonda con violenza, raggiungendo un’altezza record di 17,11 metri . Le acque invadono circa due terzi della città di Roma, rendendo molte zone accessibili solo via barca [53].

Conseguenze devastanti:

• Crollo del piano di legno di Ponte Milvio (evento mai accaduto prima);

• Rottura della serrata del fosso di Castel Sant’Angelo e danneggiamento delle strutture stradali adiacenti;

• Distruzione di orti pensili, logge, giardini e case costruiti lungo il fiume;

• Registrati oltre 50 morti nei dintorni rurali.

[53]

Se a Roma, nel 1660, fu il Tevere a stravolgere la città con un’esondazione eccezionale, nel 1705 fu il Po a mettere in ginocchio la pianura padana, colpendo vasti territori e lasciando dietro di sé danni incalcolabili.

Dipinto di Gaspar van Wittel. Tevere e Ponte Rotto. Anni '80 del XVII secolo, olio su tela, 23 x 44 cm. Collezione privata.


LA GRANDE PIENA DEL PO DEL 1705

Una delle più gravi alluvioni del fiume Po, evento che coinvolse gran parte della pianura padana e causò danni

ingentissimi [54].

Le piogge torrenziali, persistenti dalla fine di ottobre alla metà di novembre, generarono tre successive ondate di piena che colpirono:

• Piemonte , allagando l’Alessandrino e il Vercellese;

• Pavia, Piacenza, Cremona, Mantova;

• Ferrara , dove per contenere l’acqua si murò la Porta degli Angeli, come illustrato in un’incisione di Francesco Bolzoni (Biblioteca Ariostea).

[55]

Francesco Bolzoni, Disegno dell’inondazione seguita all’intorno della città di Ferrara. Rotta del Po del 1705, Ferrara 1706

Northern Italy, showing the conjectured extent of the 1705 flooding in the Po Valley. Fonte: http://dx.doi.org/10.1080/00033790.2014.989542


LA STORIA DI VALANGA PIÚ STRAORDINARIA AL MONDO

Bergemoletto, 19 Marzo 1755

La borgata alpina di Bergemoletto (Demonte, CN) fu travolta da tre valanghe causate da intense nevicate persistenti.

• L’osservatorio di Torino registrò precipitazioni in 19 giorni su 30 nel mese precedente.

• Le valanghe distrussero 30 case e provocarono 22 morti. [55]

Il caso straordinario di sopravvivenza di tre donne

Sepolte sotto le macerie di una stalla per ben 37 giorni , riuscirono a salvarsi grazie a 15 castagne, al latte di due capre e a un riparo fortuito in un piccolo antro. Il loro ritrovamento è avvenuto il 25 aprile 1755 [56].

Se l’eccezionale valanga di Bergemoletto del 1755 testimonia l’impatto devastante delle condizioni meteorologiche locali, l’anno senza estate del 1816 evidenzia come eventi climatici globali possano amplificare crisi ambientali e sociali su vasta scala.

Frontespizio dell'opera di Ignazio Somis, Ragionamento sovra il fatto avvenuto in Bergemoletto (Torino, 1758), ASTo, Biblioteca Antica, I.IV.14.

Raffigurazione delle sopravvissute alla valanga di Bergemoletto del 1755. Fonte: https://www.cuneodice.it/


1816, QUELL’ESTATE MANCATA DI OLTRE DUE SECOLI FA

Il 1816 è l’anno che passò alla storia come “ l’anno senza estate ”[57] una conseguenza dell’Aprile 1815.

1816 summer temperature anomaly (°C) with respect to 1971-2000 climatology. ftp://ftp.ncdc.noaa.gov/pub/data/paleo/historical/europe-seasonal-files/

La dispersione delle ceneri emesse dall'eruzione del Tambora del 1815 – Fonte: Wiki

• Oltre 150 km³ di materiali piroclastici.

• Milioni di tonnellate di acido solforico immessi in atmosfera bloccarono parte della radiazione solare [55].

Il clima, già freddo dal 1808, peggiorò drasticamente: carestie, piogge continue e raccolti distrutti colpirono il Nord Europa.

Anche in Italia l’estate fu anomala: fredda, piovosa, con gravi danni agricoli, in particolare al Nord e Toscana.

A pochi anni di distanza, un nuovo episodio di violenza meteorologica colpì l’Italia: l’alluvione genovese del 1822 evidenziò ulteriormente l’instabilità climatica di quell’epoca.

Fonti e riferimenti bibliografici

53. Bonini, F. (1663). Il Tevere incatenato, overo l’Arte di frenar l’acque correnti, stamp. Francesco Moneta, Roma

54. Salmelli D. (1986). L’alluvione e il freddo: il 1705 e il 1709, in Finzi

55. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

56. Spirito, P. (1995). La grande valanga di Bergemoletto, L’arciere - Vivalda, Cuneo – Torino

57. Stoffel, M. et al. (2015). Estimates of volcanic-induced cooling in the Northern Hemisphere over the past 1,500 years, in «Nature Geosciences», vol. VIII, pp. 784 - 88 ),

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L’ALLUVIONE GENOVESE DEL 25 OTTOBRE 1822

Genova, 25 Ottobre 1822

La città fu colpita da un evento meteorologico estremo: un nubifragio intensissimo causò la piena del torrente Bisagno , che devastò la città.

Secondo lo studioso Antonio Pagani [58]:

• Caddero 812 mm di pioggia in sole 15 ore;

• L ’acqua raggiunse i 3 metri di altezza nei quartieri più colpiti.

Il ponte di Pila fu distrutto, come mostra la celebre veduta del pittore Luigi Garibbo.

La portata del Bisagno superò probabilmente i 1000 m³/s , ma quando il torrente fu tombato nel Novecento, si progettò una capacità di deflusso di soli 600 m³/s . La sottovalutazione dell’evento del 1822 contribuì alla vulnerabilità idraulica della Genova moderna [58].

Veduta del ponte Pila a Genova, dopo l'alluvione del torrente Bisagno il 26/10/1822 (Acquaforte, c.1822) · Luigi Garibbo. Collezioni Le immagini confrontano le alluvioni del Bisagno a Genova nel 1822 e nel 1970. Cartografica e Topografica del Comune di Genova, Genoa, Italy

Fonte: doi:10.1016/j.geomorph.2018.08.019.


TORINO 1855: L’ANNO PIÙ FREDDO

Il 1855 fu l’anno più freddo mai registrato a Torino (10,6 °C).

Per confronto, la media del 2022 è stata di 16 °C [58].

Negli anni successivi, a un 1855 segnato da freddo eccezionale, si aggiunsero nuovi episodi di violenza meteorologica, con alluvioni devastanti che colpirono diverse regioni italiane.

L'immagine è un grafico che mostra le temperature medie annuali a Torino in gradi Celsius, registrate dal 1753 al 2015. La linea rossa indica i valori annuali, mentre la linea nera più spessa rappresenta la media mobile di 9 anni. Si nota una chiara tendenza all'aumento delle temperature, in particolare a partire dagli anni '70 del XX secolo. Sono anche evidenziati l'anno più freddo (1855, con una temperatura media di 10,6 °C) e gli anni più caldi (2007 e 2015, con una media di 15,1 °C).

Fonte: Dati meteo Asti


PIENE DEL 1858 E DEL 1868

Le regioni del Nord Italia non furono risparmiate dai disastri idrogeologici del XIX secolo.

Savona, 1858:

19 agosto , un nubifragio si abbatté sulla regione ligure, causando almeno 10 vittime . I danni furono estesi, con inondazioni, crolli di ponti e interruzioni stradali [58].

Parma, 1868:

21 settembre , una violenta alluvione provocata da una piena del Parma , causò circa 20 vittime. Un'altra alluvione simile colpirà la città quasi 150 anni dopo, nel 2014 [58].

Fotografia

dopo da R. Tassi, Carmignani padre e figlio, Cassa di risparmio di Parma, Parma, 1980

di

Ettore

Carmignani

del

alluvione

del

1868,


Il Pantheon durante l'inondazione del 1870, Alessandro Faure. Olio su tela, 30 × 42 cm, Galleria Nazionale d’Arte Antica

PIENA DEL TEVERE, 1870

Dicembre 1870

• Una delle peggiori piene del Tevere dopo quella del 1598 colpì la città. Forti piogge nel bacino del fiume fecero sì che le acque raggiungessero un'altezza di 17,22 metri all'idrometro di Ripetta [58].

• L'esercito intervenne con i pontieri per soccorrere la popolazione, e il governo istituì una commissione che portò alla costruzione dei "muraglioni" a partire dal 1875 per contenere il fiume [60] .

Negli anni successivi, la frequenza e la gravità delle alluvioni aumentarono sensibilmente: dopo i drammatici eventi del 1858 e 1868, e la piena del Tevere del 1870, l’Italia fu colpita da una serie di alluvioni ancora più estese e distruttive, culminate nelle piene eccezionali del Po nel 1872 e dell’Adige nel 1882.

Fonti e riferimenti bibliografici

58. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

59. Rosso, R. (2014). Bisagno. Il fiume nascosto, Marsilio, Venezia

60. Lelo, K. e Palazzo, F. (2006). L’alluvione di Roma nel 1870: una ricostruzione con tecniche G. I. S., in «Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée», vol. CXVIII, n. 1, pp. 61-71

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LE TERRIBILI GRANDI PIENE DEL PO DEL 1872

Maggio 1872

• Un'area di circa 700 km² fu sommersa.

• 45.000 persone furono costrette a fuggire dalle loro case e a dormire all'aperto sugli argini.

• Le acque distrussero abitazioni e campi, lasciando dietro di sé una devastazione coperta di sabbia e ghiaia.

Fu l’anno più piovoso in molte serie storiche del Nord Italia [61], oltre 2750 mm [62].

Ottobre 1872

•

Alluvione ancora più grave, superò ogni record precedente, picco di 3,32 metri a Pontelagoscuro .

•

L'area allagata si estese a 830 km² e più di 1000 edifici crollarono.

•

Mancati interventi di prevenzione e segnali d'allarme ignorati [63].

La rotta del Po dell'ottobre 1872 al padimetro di Bondeno, Piazza Martiri della Libertà (FE).


PIENA DELL’ADIGE 1882

17 settembre 1882

• Una catastrofica piena colpì Verona, evento considerato la peggiore alluvione nella storia della città.

• 11 vittime, 85.000 sfollati e la distruzione di migliaia di abitazioni.

• Molti ponti crollarono, incluso il ponte Nuovo a Verona.

• Il fiume raggiunse una portata stimata di 5.144 m/s.

[64]

Dopo la devastante piena dell’Adige del 1882, gli anni a seguire furono segnati da inverni estremi, quelli del 1885 e del 18 88 portarono, infatti, eccezionali nevicate e valanghe, con un bilancio drammatico in termini di vittime e distruzioni nelle Alpi.

Il Ponte Nuovo a Verona, crollato durante l'alluvione del Polesine del 17 settembre 1882. Fonte: Wiki


1885 E 1888: GLI INVERNI CATASTROFICI DELLE ALPI

Inverno 1885

Inverno 1888

• Fu segnato da un’intensa sequenza di perturbazioni, con accumuli di 2 ÷ 3 metri di neve a 1.000–1.500 metri nelle Alpi occidentali; le condizioni di neve pesante e instabile, aggravate da un episodio di scirocco, causarono valanghe estese e fuori traiettoria [65].

• Oltre 240 vittime e 1.300 edifici danneggiati solo tra le province di Torino e Cuneo [66].

• Le nevicate raggiunsero oltre un metro in pianura (es. Emilia) [67] e più di 3 metri nelle Alpi carniche e piemontesi [62].

• Le valanghe travolsero numerosi villaggi alpini, causando 248 morti complessivi , di cui 145 nella provincia di Torino [65].

Foto d’epoca ripresa nel febbraio 1888 per le vie di Domodossola sommersa da circa 1 metro e mezzo di neve. Fonte foto: Nimbus n°72)

Gli estremi invernali di fine Ottocento rappresentano gli ultimi episodi di rilievo della Piccola Età Glaciale in Italia: con il nuovo secolo, si apre una fase di transizione climatica che porterà,

lentamente ma inesorabilmente, verso il riscaldamento globale.

Storico documento fotografico con una veduta del Santuario di Oropa (1159 m) sul finire del febbraio 1888 sommerso da oltre 3 metri di neve dopo le nevicate eccezionali che avevano caratterizzato le due settimane precedenti. Fonte: https://datimeteoasti.it/

Fonti e riferimenti bibliografici

61. Ferrari, I. e Pellegrini, M. (2007). Un Po di carte, Diabasis, Reggio nell’Emilia

62. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

63. Bottoni, A. (1873). Appunti storici sulle rotte del basso Po, dai tempi romani a tutto il 1839 e relazione di quelle di Guarda e di Revere nel 1872, Tip. Sociale, Ferrara .

64. (Avesani, B. (1997). L’Adige malefico. Le rotte, in E. Turri e S. Ruffo (a cura di), L’Adige, il fiume, gli uomini, la storia, Cierre, Verona ).

65. Denza, F. (1889). Le valanghe degli inverni 1885 e 1888, in «Bollettino del Club Alpino Italiano», XXII, n. 55

66. Mercalli, L. et al. (2018). Duemila anni di clima in Val di Susa. Da Annibale al riscaldamento globale, Società Meteorologica Subalpina

67. Lombroso, L., Quattrocchi, S. (2008). L’Osservatorio di Modena: 180 anni di misure meteoclimatiche, Società Meteorologica Subalpina, Torino

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IL CLIMA DEL NOVECENTO: INIZIA SANO, TERMINA MALATO

La Piccola Età Glaciale in Italia si concluse verso la fine dell’Ottocento, un periodo caratterizzato da inverni più rigidi rispetto a quelli attuali e da estati calde , ma non di tipo tropicale. A partire dal 1921 , si registrò una accentuata siccità anche sulle Alpi. I primi segni di riscaldamento si avvertirono in seguito alla Seconda guerra mondiale , anche se negli anni Settanta si ebbe nuovamente una discesa delle temperature.

Dal 1988 si assiste a una tendenza costante all’aumento termico globale . Il riscaldamento globale ha già interessato l'Italia negli ultimi vent’anni del Novecento: i ghiacciai arretrano e gli inverni si contraggono , anticipando quanto sarebbe diventato evidente agli inizi del XXI secolo.

[68]


L’ULTIMO GRANDE INVERNO: 1929

Il freddo periodo del gennaio e febbraio 1929 , in Italia e in Europa, è ricordato come il più importante del Novecento per durata, estensione e intensità.

Il 3 febbraio la neve arriva al Sud, imbiancando le coste della Sicilia e depositando 5 centimetri a Palermo . Altrove, le nevicate più notevoli si concentrano nei giorni di metà febbraio, quando soprattutto la dorsale appenninica e i suoi versanti orientali fino ai litorali adriatici, più esposti alle gelide correnti da est-nord-est, sono sepolti da memorabili accumuli di neve che nei paesi di montagna superano i due metri, arrivando talora al metro anche in città costiere come Rimini.

Le folte nevicate congelano il Po, l’Adige, l’Arno e la laguna veneta , fenomeno relativamente comune nei freddi secoli della Piccola età glaciale e mai più avvenuto in tale entità dopo il 1929.

[68]

Foto storiche probabilmente risalenti a riviste dell’epoca. Fonte: arezzometeo.com

Foto storica della grande nevicata ad Alfonsine, provincia di Ravenna, nel febbraio 1929. Fonte: alfonsinemonamour.racine.ra.it


IL DISASTRO DI MOLARE (ALESSANDRIA) DEL 13 AGOSTO 1935

Foto storica scattata durante l’esondazione. Fonte: atlas.landscapefor.eu

In passato, l'economia di Molare si basava principalmente sulla coltivazione della vite. Un'importante svolta arrivò negli anni ’ 20 con la costruzione della diga dello Zerbino, completata nel 1925, che creò il lago artificiale di Ortiglieto .

Qui il 13 agosto del 1935 ebbe luogo uno dei più rilevanti disastri italiani di origine meteorologica: dopo una lunga siccità, piogge eccezionali colpirono la zona e, in meno di otto ore, caddero oltre 40 cm di pioggia , facendo straripare la diga e riversando il lago di Ortiglieto sul torrente Orba già in piena .

L'esondazione del torrente causò 111 vittime , risparmiando Molare ma colpendo duramente le località vicine, tra cui Ovada [69].

Foto storica scattata durante l’esondazione. Fonte: quotidianodeicontribuenti.com


1951: DALLA CALABRIA AL POLESINE, UN ANNO FUNESTATO DALLE ALLUVIONI

Foto storica ritraente una squadra di soccorso per gli alluvionati a Grignano Polesine, in provincia di Rovigo, il 17 novembre 1951. Fonte: Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo.

Foto storica ritraente l’alluvione che ha colpito la zona sud di Reggio Calabria il 21 ottobre 1953. Fonte: tempostretto.it

Il 1951 è un anno frastornato in Italia per via di fenomeni idro-meteorologici. Centinaia di valanghe causano danni catastrofici e 279 vittime nell’insieme delle Alpi, 46 delle quali in Italia. la Calabria è la regione più colpita, in particolare Reggio e Catanzaro.

Sull’Aspromonte e sulle Serre si abbattono le piogge più estreme [70], in un centinaio di comuni colpiti si contano quasi 1.800 case, 77 acquedotti e 26 ponti distrutti o lesionati, oltre a 70 vittime .

Ma il disastro maggiore si verifica nel Polesine [71] , tra Ferrara e Rovigo. Nei giorni successivi al 14 novembre, l’inondazione del Polesine si estende su oltre 11.000 chilometri quadrati con altezze d’acqua fino a 6 metri .

Si contano 101 morti , 180.000 senzatetto , quasi mille chilometri di strade, 4.000 abitazioni e oltre 13.000 aziende agricole danneggiate o distrutte, per un

ammontare di lire pari a circa 400 miliardi (circa 7 miliardi di euro oggi).

Fonti e riferimenti bibliografici

68. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

69. Bonaria, Vittorio. Storia della diga di Molare. Il Vajont dimenticato. ERGA, 2013

70. Catenacci, V. (1992). Il dissesto geologico e geoambientale in Italia dal dopoguerra al 1990, Servizio geologico d’Italia, Memorie descrittive della carta geologica d’Italia - Regio Ufficio geologico, Carta Geologica d’Italia XLVII, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma

71. Cibotto, G. A. (2021). Cronache dell’alluvione. Polesine 1951, La nave di Teseo, Milano. CLIMEX Maps Italy, Vai & Cantelli

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FEBBRAIO 1956: L’EPISODIO DI GELO E NEVE PIÙ IMPORTANTE DAL DOPO GUERRA

Foto ritraente Piazza San Pietro, Roma, dopo una folta nevicata del 1956. Fonte:Wiki

Foto di una nevicata in Piazza Plebiscito, Napoli, 1956. Fonte: Archivio Vittorio Pandolfi

In seguito a quella del 1929, un’ulteriore ondata di gelo del Novecento si verifica nel febbraio 1956 su scala nazionale.

Tra il 7 ÷ 8 febbraio alcuni centimetri di neve imbiancano località in cui il fenomeno è solitamente raro, città come Palermo, Cagliari, Agrigento e Catania .

Al nord congelano alcuni tratti del Tanaro, dell’Arno e del Po. Verso la fine del mese le temperature si fanno più miti ma l’apporto di umidità marittima permette però l’avvenire di alcune nevicate rilevanti. Ad esempio, a Roma altri 8 centimetri di neve cadono tra il 17 ÷ 18 febbraio

[72] .


IL DISASTRO DEL VAJONT DEL 9 OTTOBRE 1963

L’ALLUVIONE DI INIZIO NOVEMBRE 1968 IN PIEMONTE

La Valle del Vajont poco dopo il disastro del 9 ottobre 1963. Fonte: enviromentandsociety.org

La sera del 9 ottobre 1963 una grande frana da 270 milioni di metri cubi si riversa dal versante settentrionale del monte Toc nel sottostante lago artificiale da poco realizzato.

Un’onda pari a 50 milioni di metri cubi d’acqua si scaglia sulle sottostanti frazioni di Erto, lambisce il borgo di Casso (comune di Erto e Casso); sormonta la diga , che resiste all’urto, e precipita nella stretta forra sottostante distruggendo Longarone e i centri abitati a valle [72] .

Il bilancio: 1917 vittime , di cui quattrocento mai ritrovate, distrutte circa novecento abitazioni , duecento aziende e stabilimenti, e alcuni chilometri della ferrovia Belluno.

Un’alluvione molto severa del 2 e 3 novembre 1968 colpì l’alto Piemonte e in particolare il Biellese. Il bilancio conta circa 66 vittime . Circa quattromila frane nella valle Strona, 250 case, 880 aziende danneggiate e 300 famiglie senzatetto.

L’ epicentro del disastro fu Valle Mosso , il cui territorio la sera del 2 novembre fu colpito ripetutamente da frane e colate di fango che amplificarono la piena del torrente Strona (Mercalli, 2025 ).

Seppur con minor intensità, vennero colpiti anche il Monferrato e la valle del

Belbo (in particolar modo i centri di Canelli e Nizza Monferrato) [73].

La foto ritrae l’alluvione nel Biellese del 1968. Fonte: autore sconosciuto, ansa.it Cronaca


LE RICORRENTI ALLUVIONI GENOVESI E L’EVENTO DELL’OTTOBRE 1970

Foto delle strade inondante dall’alluvione a Genova, 7 ottobre 1970. Fonte: autore sconosciuto; lavocedigenova.it

Nel Mediterraneo, la città di Genova è tra le più esposte alle alluvioni improvvise. A partire dal 1835, in circa due secoli , il CNR-IRPI registrò 84 eventi di inondazione e frana , responsabili fino a oggi di 86 morti e dispersi , e di più di 3.000 senzatetto [72].

Gli episodi più rilevanti risalgono al 7 e all’ 8 ottobre 1970 .

Il pluviometro di Bolzaneto, periferia di Ponente, registrò in 24 ore 948 millimetri di pioggia, record nazionale tuttora imbattuto . Tutti i principali corsi d’acqua strariparono sommergendo quartieri e strade intere [72].


GELO E NEVE DEL GENNAIO 1985

Il freddo eccezionale del gennaio 1985 segnò uno degli ultimi grandi inverni della storia italiana.

Partendo dal 5 gennaio e continuando per oltre una settimana, una serie di intense irruzioni di aria fredda da nord fece scendere le temperature a valori insolitamente bassi , tuttora ineguagliati . Lastre di ghiaccio scorsero lungo il Po, e a Firenze l’Arno congelò da una sponda all’altra.

Dal 13 al 16 gennaio colpì la Lombardia quella che passerà alla storia come la « nevicata del secolo »: a Milano caddero 70 centimetri di neve , misura più elevata da quelle rilevate dall’osservatorio di Brera fin dal 1881 [74].

Trento si rivelò essere la città maggiormente sommersa dalla neve, con 161 centimetri totali di fronte al convento di San Bernardino, in centro città [72].

Foto storica della grande nevicata a Trento, gennaio 1985. Fonte: Archivio Giornale L'Adige - Giorgio Rossi e Roberto Bernardinatti.

Fonti e riferimenti bibliografici

72. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

73. Cat Berro, D. e Mercalli, L. (2018). Le alluvioni di inizio novembre 1968 nel Biellese e nel Monferrato, in «Nimbus», n. 80

74. Meda, R., Ricciardi, F. e Asnaghi, G. (2005). 1985-2005: vent’anni dalla nevicata del secolo a Milano, in «Nimbus», n. 35

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LUGLIO 1987: L’ALLUVIONE IN VALTELLINA E L’ENORME FRANA DI VAL POLA

Foto della frana della Val Pola, ripresa frontalmente. Fonte: ARPA Lombardia

Foto di un condominio di Tartano, in provincia di Sondrio, distrutto dall'alluvione nel luglio 1987. Fonte: autore sconosciuto; milano.corriere.it

Nel luglio 1987 , lungo le Alpi, si verificarono episodi alluvionali in piena estate. Quello del luglio 1987 in Valtellina e sulle valli bergamasche fu tra i più rilevanti. Sulle Alpi Centrali le piogge caddero anche sulle vette più elevate, a 3.500 ÷ 4.000 metri, i forti temporali investirono a ripetizione il nord della Lombardia. La Valtellina fu l’epicentro: l’Adda inondò il fondovalle, mentre i versanti montuosi furono colpiti da frane e fango.

Una frana si schiantò su un condominio e un albergo a Tartano , causando 19 delle 28 vittime totali dell’evento; gli sfollati per varie località furono oltre mille.

Alle 7:18 del 28 luglio, una grande frana da 32 milioni di metri cubi , rinominata « di Val Pola », staccatasi dal monte Zandila, si riversò con forza sul fondovalle e, risalendo sul versante opposto, investì alcune località tra cui Sant’Antonio Morignone.

Si contarono altri 29 morti tra abitanti e operai al lavoro sulla strada statale 38, nonostante le evacuazioni preventive.

[75]


GLI ANNI DUEMILA: IL SECOLO CALDO

Il primo quarto del XXI secolo evidenzia un aumento significativo delle temperature , arrivando nel 2024 a circa 1,5 °C al di sopra del valore preindustriale e attestandosi come uno degli anni più caldi a livello globale . In Italia, si registrano record termo pluviometrici , che superano in molti casi ogni altro valore precedentemente nella storia del clima [75].


ESTATE 2003: LA PRIMA VERA ONDATA DI CALDO AFRICANO

Per il clima sia italiano sia europeo, il 2003 è un anno che segna un periodo di confine col passato. Da maggio si sviluppò un lungo periodo di caldo senza precedenti .

La sua intensità e durata, unite a una anomala siccità, influenzarono i deflussi fluviali, l’agricoltura e la salute dei cittadini in tutta l’Europa, determinando un incremento della mortalità.

I ghiacciai alpini subirono perdite di massa senza precedenti , equivalenti a uno spessore d’acqua medio di 1,8 metri al ghiacciaio della Sforzellina (alta Valtellina), 3 metri al Ciardoney (Gran Paradiso) e 3,3 metri al Careser (Cevedale). In approssimativamente 3 mesi , la Svizzera perse il 3,5% del suo volume di ghiaccio nazionale.

[75]

Le due foto ritraggono il ghiacciaio del Rocciamelone in due momenti distinti, rispettivamente il 19 giugno 2003 a sinistra e il 29 luglio 2003 a destra. Fonte: Nimbus Web, «Ghiacciai nelle Alpi Occidentali: Severa Riduzione per il Caldo», di Luca Mercalli, SMI redazione Nimbus - 31 luglio 2003.


°

1 OTTOBRE 2009: NUBIFRAGIO ALLUVIONALE SUL MESSINESE

29 OTTOBRE 2018: LA TEMPESTA VAIA SPAZZA L’ITALIA

Un violento nubifragio si imbatté sul Messinese tra il pomeriggio e la sera del 1° ottobre 2009 , investendo il versante ionico dei monti Peloritani. Le aree più colpite risultarono quelle di Giampilieri (una frazione di Messina) e Scaletta Zanclea .

Il pluviometro dell’Osservatorio regionale delle acque di Santo Stefano di Briga misurò 225 millimetri di pioggia in otto ore . In serata, colate di fango si riversarono su Giampilieri Superiore, travolgendo la parte storica del paese con depositi alluvionali spessi fino a 3 ÷ 4 metri .

Ulteriori dissesti avvennero lungo il torrente Racinazzo, nel centro di Scaletta Zanclea, dove il violento episodio causò il crollo di alcuni edifici. Il bilancio contò 31 vittime accertate, 6 dispersi e oltre un migliaio di sfollati.

[75]

Foto degli operai hanno prestato soccorso e supporto alla popolazione durante il nubifragio che ha colpito Giampilieri. Fonte: strettoweb.com, normanno.com

La tempesta Vaia fu uno dei fenomeni più distruttivi mai verificatisi in Italia.

Accentuatasi fino a 975 ettopascal sui mari intorno alla Sardegna al mattino del 29 ottobre 2018 , la tempesta si abbatté su tutto Paese con un bilancio di 16 vittime , gran parte delle quali per la caduta di alberi.

Il vento fu l’elemento più notevole, spesso superando i 100 km/h e perfino

raggiungendo i 200 km/h.

La tempesta rappresentò il più rilevante evento disastroso subito dal patrimonio boschivo italiano . La stima dei danni di Vaia si attestò sui 3 miliardi di euro a livello nazionale.

[75]

Deforestazione causata dalle forte raffiche di vento in Veneto a fine ottobre 2018. Fonte: guidedolomoti.com


L’ACQUA ALTA MINACCIA VENEZIA E L’ALTO ADRIATICO: I CASI DEL 2019 E LA CRESCITA DEL LIVELLO MARINO

Nel novembre del 2019 si verificarono alcuni rilevanti episodi di acqua alta a Venezia .

La sera del 12 novembre la città fu sommersa da una delle più disastrose maree mai registrate [76].

Secondo le statistiche del Centro previsioni e segnalazioni maree del Comune di Venezia, i casi con livello di acqua di almeno 110 centimetri , che determinano l’allagamento del 12% (o più) della città, sono passati dai 2 agli 8 episodi al decennio tra fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, a oltre 50 al decennio negli anni Duemila .

Il decennio 2010 – 19 ne ha contati 95 , di cui 26 solo nel 2019, un record annuale [75]

Acqua alta a Venezia il 12 novembre 2019. Fonte: ISPRA Venezia.

Fonti e riferimenti bibliografici

75. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

76. Cat Berro, D. (2023). Novembre 2019, un mese di estremi meteorologici in Italia: alluvioni, mareggiate, acqua alta e valanghe, in «Nimbus», n. 90 ).

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1 AGOSTO 2021: 48,8 ° C A SIRACUSA, RECORD ITALIANO ED EUROPEO

Tra le ondate di caldo nord-africano che investono sempre più intensamente il Paese, quella dell’ 11 agosto 2021 fece registrare ben 48,8 °C a Siracusa-Floridia , stazione del Servizio informativo agrometeorologico siciliano.

Con 15 °C sopra la media , si attestò come un potenziale primato di caldo non solo italiano, ma europeo , superando i 48,0 °C del 10 luglio 1977 ad Atene.

La temperatura registrata è stata validata come nuovo record per il caldo continentale [77].

Collasso ghiacciaio Marmolada del 3 luglio 2022. Fonte: lastampa.it


COMBINAZIONE SENZA PRECEDENTI DI CALDO E SICCITÀ NEL 2022–2023

Il 2022 è considerato l’anno più caldo e secco dal 1800 (superato solo dal 2024 secondo i dati satellitari Copernicus)

• L’estate del 2022 (con un’anomalia media nazionale +2,1 °C rispetto al trentennio 1991–2020) è confrontabile unicamente con quella del 2003 (+2,6 °C). Le perdite di massa glaciale furono in assoluto le peggiori mai registrate sulle Alpi , con bilanci fino a –4 metri di acqua, a causa dell’effetto combinato delle poche nevicate dell’inverno 2021–22 e della calura estiva, che causò il collasso del settore frontale del ghiacciaio della Marmolada il 3 luglio 2022, evento che portò alla morte di 11 alpinisti .

• Nonostante l’anno estremamente caldo, si verificarono precipitazioni estreme e localizzate, come i nubifragi alluvionali del 15 settembre a Senigallia (Ancona) e del 26 novembre a Ischia , entrambi con un bilancio di 12 vittime .

[78]

Frana a Casamicciola (Ischia), del 26 novembre 2022. Fonte: today.it


LUGLIO 2023: TRA CALDO ESTREMO AL SUD E GRANDINE GIGANTE AL NORD

Il luglio 2023 è da ricordare sia per il caldo estremo sia per le ripetute tempeste di vento e grandine su tutto il territorio nazionale.

Incendio sul Monte Gallo, a Palermo, 25 luglio 2023. Fonte: PalermoToday foto dei lettori, Giorgio Gentile Cina.

Tra Sardegna e Meridione, le temperature massime hanno superato record attestati anche di 70 – 80 anni, superandoli talora di 2 ÷ 3 °C [78]

Molti incendi si innescarono in Sicilia, colpendo anche Palermo; l’aeroporto di Punta Raisi fu chiuso e si contarono tre vittime in provincia.

Secondo alcuni studi, il caldo di luglio 2023 sarebbe stato quasi impossibile, tra Stati Uniti, Messico e in Europa meridionale, senza il riscaldamento globale causato dall’uso di combustibili fossili [79]

Stazione ferroviaria colpita dalle folti raffiche di vento di Monza, 24 luglio 2023. Fonte: foto di Giuseppe De Salvo (Via Facebook).

Al Nord Italia si svilupparono temporali.

violenti

Sulla Pianura Padano-

veneta si osservarono episodi

temporaleschi severi, caratterizzati da venti intensi e grandine di grandi dimensioni (5 ÷ 10 cm e oltre ).

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio a Milano il vento colpì violentemente gli edifici e abbatté oltre cinquemila alberi, unico evento tempestoso nella storia recente della città [78].


Foto a cura degli autori del Bilancio 2023 al Ghiacciaio Foto tratta da Rivista Mensile CAI (vol. 46, fascicolo 1-2, p. 8), effettuata da L. Ciardoney (Gran Paradiso), datata 14 settembre 2023. Fonte: nimbus.it, «BILANCIO 2023 al Ghiacciaio Ciardoney (GRAN PARADISO): un'altra stagione molto negativa», 22 settembre 2023 .

Rocchi durante gli anni Venti del Novecento.

E IL RESTO DEL XXI SECOLO?

Volgendo uno sguardo al futuro, lo scenario peggiore è rappresentato dal fallimento delle politiche climatiche e da emissioni serra inalterate , il noto «business-as-usual» [80].

Nel peggiore dei casi , le temperature globali a fine XXI secolo aumenterebbero di 4 ÷ 5 °C rispetto all’era preindustriale (compreso l’incremento di 1,4 °C già osservato), toccando livelli mai visti da milioni di anni [80]). Le estati dell’Italia settentrionale e sulle Alpi potrebbero surriscaldarsi di 8 ÷ 9 °C secondo recenti modellizzazioni regionali [81].

I programmi di riduzione delle emissioni delineati dai governi a seguito dell’Accordo di Parigi (2015), qualora applicati, ci porterebbero invece a uno scenario intermedio di circa +2,8 °C nel 2100 rispetto all’era preindustriale . Idealmente, dovremmo puntare a uno scenario a basse emissioni , con una forte ambizione climatica e la decarbonizzazione dell’economia entro metà secolo, supportata anche dalle energie rinnovabili .

Gli eventi meteo estremi diventeranno sempre più frequenti e imprevedibili , minacciando la stabilità del nostro pianeta e la sicurezza umana[82]. Ma c’è ancora margine d’azione per evitare gli scenari peggiori.

Fonti e riferimenti bibliografici

77. Merlone, A., et al. (2024). Evaluation of the highest temperature WMO region VI Europe (continental): 48.8 °C, Siracusa Sicilia, Italy on August 11, 2021, in «International Journal of Climatology», vol. XLIV, n. 3, pp. 1-8 ).

78. Mercalli, L. (2025). Breve storia del clima in Italia: Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale. Einaudi

79. Zachariah, M. et al. (2023). Extreme heat in North America, Europe and China in July 2023 made much more likely by climate change ).

80. IPCC AR6 (2021). Climate Change 2021, The physical science basis. Contribution of Working Group I to the sixth assessment report of the Intergovernmental panel on Climate change, Cambridge University Press, Cambridge

81. Bucchignani, E. et al. (2015). High-resolution climate simulations with COSMO-CLM over Italy: performance evaluation and climate projections for the 21st century, in «International Journal of Climatology», vol. XXXVI, n. 2, pp. 735-56 ).

82. (Ripple, W. J. et al. (2024). The 2024 state of the climate report. Perilous times on planet Earth, in «BioScience», vol. LXXIV, n. 12, pp. 812-24

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L’AVEZ DEL PRINZEP COME TESTIMONE DEL CLIMA DEL XXI SECOLO

Ciò che resta dell'imponente albero presso Palù di Monte Rovere nel comune di Lavarone (TN) lungo il sentiero dei Giganti.

Fonte: gianttrees.org

Fonte: fondazionemcr.it

L' Avez del Prinzep era un maestoso abete bianco, il più alto d'Italia e forse d'Europa, situato nel comune di Lavarone (TN). Era alto 52,15 metri e la sua età era stimata in circa 250 anni (1753 ÷ 2017). È stato un simbolo vivente della memoria climatica.

L'Avez dimostra come il clima sia un elemento fondamentale per la vita . Ogni organismo, inclusi gli esseri umani, è plasmato dal clima in cui vive, pur con la capacità umana di adattarsi e modificare l'ambiente circostante.

Crollò il 13 novembre 2017 a causa di funghi e di una tempesta; le sue sezioni sono ora esposte nel Museo di Scienze e Archeologia di Roveto, raccontando una storia climatica unica. Dopo la sua caduta, diedero vita a due significativi progetti per trasformare questa perdita in simboli di rinascita e memoria: Progetto ‘’Anima’’ e la costruzione del Drago Vaia.

Fonte: gianttrees.org

Fonte: alpecimbra.it

Fonte: fondazionemcr.it

Fonte: dolomitenbalc.it

Oggi ciò che resta nella terra e parte del tronco verranno protetti da una teca, il resto si trasformerà in tanti oggetti per poter finanziare il percorso dei giganti e salvaguardare altre piante monumentali dell'Alpe Cimbra. La sezione rami, invece, andrà a chi desidera avere un cimelio. I ricavati della vendita saranno così devoluti per scopi nobili.